Nel bel mezzo dell’estate, per coloro che non sono già partiti per le ferie, la sagra di paese rappresenta un’occasione per uscire e ritrovarsi con gli amici, magari all’aperto, per godere della frescura e mangiare un piatto della tradizione a prezzo moderato. Ma è proprio così? Viene da chiederselo soprattutto ora che, in tempi di crisi, si notano sempre più contrasti tra le associazioni di categoria, che rappresentano i ristoratori, e le associazioni che organizzano le feste. La questione è aperta da anni e accenna a non risolversi: da un lato, i comuni permettono di organizzare sagre per farle diventare fonte di autofinanziamento per associazioni e pubbliche assistenze. I ristoratori lamentano che troppo spesso, nelle sagre, le norme igieniche alle quali vengono sottoposti loro come operatori non sono sempre rispettate, e i controlli sul campo non sono certo così inflessibili. L’altro aspetto è quello del prodotto alimentare: ha senso, per dire, organizzare la sagra del fungo porcino e poi essere costretti ad acquistare quelli importati o utilizzare i surgelati per mancanza di prodotto locale? Oppure, festeggiare un alimento che non ha attinenza con il territorio, come la brioche con gelato o il pesce in aperta campagna, magari congelato? Tutto questo rientra nel contesto di valorizzazione di tradizioni locali? Infine i prezzi, che non sono poi sempre competitivi, con un livello di sopportazione da parte dei clienti, rispetto al servizio e al contesto , molto più alto del normale. In sintesi, volendo dare una sforbiciata, di sagre se ne potrebbero eliminare tante, lasciando in vita solo quelle che hanno un legame vero tra prodotto e tradizione locale. Tutto il resto può attendere Credits gentepersanta.org